Il Rifugio Brunone.

Il rifugio Baroni al Brunone non è il solito rifugio. A renderlo magico è probabilmente l’ambiente, che lo colloca al cospetto dei giganti delle Orobie, portandolo tra i rifugi più alti delle nostre montagne e rendendolo l’ultimo avamposto, a lunga distanza dalla civiltà. Saranno forse le tre ore di salita e i 1500 metri di dislivello, che conducono in uno degli ambienti più severi delle nostre montagne.

Capanna della Brunona 1879

La storia. La prima Capanna della Brunona risale al 1879, ricavata da una vecchia baita di minatori che lavoravano nelle miniere di ferro, in prossimità del vicino Passo della Scaletta. Durante la gita sociale del CAI di Bergamo al Pizzo Redorta, il 29 luglio 1890, i soci vennero costretti dal maltempo a ripararsi nella vecchia capanna e si resero conto del suo stato di abbandono. Il 23 settembre 1894 viene cosi inaugurato il nuovo Rifugio della Brunona. Il progetto del 1894, dovuto all’Ingegnere Luigi Albani, fece sorgere il rifugio poco più in basso rispetto al capanno dei minatori. Venne poi ristrutturato e dedicato, nel 1968, alla guida alpina Antonio Baroni, mantenendo la collocazione originale del 1894 che lo vedeva a quota 2297 metri, sopra una meravigliosa terrazza erbosa.

La montagna selvaggia. Il rifugio Baroni al Brunone è uno dei più alti rifugi delle Orobie ed il più faticoso da raggiungere. Qua si incontrano solo i veri appassionati della montagna, che, tra l’altro, in questi luoghi è particolarmente selvaggia. Ci troviamo al cospetto della parete Orientale del Pizzo del Diavolo di Tenda e a un passo dalle maggiori elevazioni delle Orobie, che a queste altitudini  conservano tra i loro anfratti ancora qualche piccolo apparato glaciale. Il rifugio odierno offre 45 posti letto, conta ben 50 coperti e un locale invernale con otto posti letto, sempre aperto in caso di bisogno.

Dedicato ad Antonio Baroni. Antonio Baroni è stato un alpinista italiano. Nato e vissuto a Sussia nel 1833, piccolo borgo montano nel comune di San Pellegrino Terme. Tra i primi grandi esploratori delle Prealpi Orobiche, delle Alpi Centrali e di altri massicci alpini, è stato maestro di tante altre guide alpine del suo tempo. Si deve a lui la prima ascensione al Pizzo Coca e alla Punta di Scais, ma restano anche memorabili le sue ascensioni sul Monte Rosa, sull’Adamello, sull’Ortles e sulle altre tantissime cime orobiche. La storia racconta che se un ostacolo o un passaggio in parete lo metteva in difficoltà, toglieva gli scarponi e continuava la salita a piedi nudi. Questa peculiarità gli ha regalato l’appellativo di “La grande guida a piedi nudi”. Nel 1968 gli è stato intitolato il Rifugio Baroni al Brunone, posto in alta val Seriana, presso Fiumenero, frazione di Valbondione. Nel 2012 per il centenario della morte, il comune di San Pellegrino Terme ha patrocinato il cortometraggio realizzato da Michelangelo Oprandi Antonio Baroni – centenario della morte.

Come raggiungerlo. Il rifugio Brunone è situato in alta val Seriana, nel comune di Valbondione, frazione di Fiumenero, sotto le pendici del pizzo Brunone e del pizzo Redorta. Può essere raggiunto da Fiumenero seguendo il sentiero CAI 227 in poco più di tre ore. La zona è ricca di acqua e il cammino segue il torrente della valle per gran parte del percorso, attraversando vari corsi d’acqua, che in stagione secca appaiono rigagnoli ma che diventano impetuosi in caso di temporali. Un caratteristico ponte di legno ci condurrà nella zona conosciuta come Pian dell’Aser (“àser” in dialetto bergamasco è l’acero, tipica pianta locale). Sorpassato il secondo ponte si inizia a vedere il rifugio Antonio Baroni al Brunone. La valle di Fiumenero è un luogo incontaminato e selvaggio. Può essere raggiunto anche dal rifugio F.lli Calvi lungo il sentiero CAI 225 in circa 5 ore (quarta tappa del Sentiero delle Orobie), o dal rifugio Mario Merelli al Coca lungo il sentiero CAI 302 oppure sentiero CAI 330 (sentiero “basso”). Entrambi gli itinerari fanno parte del Sentiero delle Orobie. Numerose sono le ascese possibili dal rifugio. Tra le più importanti il Pizzo Redorta (m.3038), il Pizzo Brunone e la Punta di Scais.

Marco, vita da rifugista oggi

Rifugio Baroni al Brunone 1968

Marco Brignoli, nato a Nembro e classe 1969, gestisce con passione il rifugio Brunone da ormai dieci anni. Ci racconta, in una breve intervista, gioie e dolori che derivano da una vita in alta quota, lontani dalle comodità e dal lusso al quale siamo abituati.

Marco raccontaci qualcosa di te e di questi dieci anni da rifugista. «Il Brunone mi ha accolto nel 2007, in un momento della mia vita dove lavoravo tantissimo. Il bando per il rifugio si è presentato al momento giusto, l’occasione perfetta per cambiare vita e non mi sono lasciato scappare l’occasione. La passione per la montagna c’e sempre stata e il rifugio Brunone, selvaggio e solitario, mi era rimasto impresso fin da bambino. I primi anni al rifugio sono stati i più duri. Tra questi il 2009, dove le incredibili nevicate invernali e una serie di incidenti hanno reso l’annata catastrofica. Con il tempo le cose sono cambiate e ora il rifugio conta ogni estate parecchi escursionisti, alcuni di passaggio impegnati nel Sentiero delle Orobie, altri anche solo per assaporare una giornata di pace e tranquillità».

Com’è scorre la giornata, sopratutto in un rifugio come il Brunone? «Il Rifugio Baroni al Brunone è aperto in modo continuativo da giugno a settembre. La gestione qua non è cosa facile. Non esiste teleferica e le provviste vengono trasportate in elicottero a inizio stagione e a spalla per il resto dell’anno. Non ricordo di essere mai salito “scarico”! C’è sempre qualcosa da portare, come i prodotti freschi, la frutta, la verdura, pane, latte e anche formaggi. Spesso il martedì scendiamo al mercato di Valbondione e risaliamo alla volta del rifugio. Oltre a questo il rifugista dev’essere un po’ tuttofare. Elettricista, idraulico, muratore e boscaiolo: non si trovano sempre a portata di mano a 2300 metri».

Le maggiori difficoltà che puoi incontrare nel corso della stagione?«In primis le condizioni. Dovendo salire e scendere spesso dal rifugio mi ritrovo anche a dovere affrontare le condizioni più disparate. Capita di partire da Fiumenero con il sole e di arrivare al Brunone con la neve! Un altro aspetto da non sottovalutare, a cui non tutti riescono ad abituarsi, è lo scorrere del tempo al rifugio. Una giornata di pioggia può diventare lunghissima, se poi i giorni diventano di più significa che al Brunone non sale nessuno. In questi casi le giornate possono diventare interminabili».

E il rientro alla normalità?«Dopo tre mesi di rifugio il rientro alla vita quotidiana, per i primi giorni, suona quasi un po’ strano. C’è come una separazione fra mondo reale e montagna. Le prospettive cambiano e si torna a un ambiente più domestico e casalingo. Il Rifugio Brunone è veramente un luogo selvaggio e la “pressione” che lascia è molto forte, sopratutto dopo cento giorni passati fra le sue montagne».

Continuerai in questi anni nella gestione del rifugio? «Naturalmente sì! Gli anni passati qui hanno rafforzato ancora di più il legame che era nato già da bambino tra me e il rifugio. Oltre a questo devo aggiungere la soddisfazione e le emozioni che mi hanno regalato questi anni di gestione».