Il Passo della Manina

Al confine tra la Val Seriana e la Val di Scalve si nasconde un pezzo di storia bergamasca. Dimenticato su un panoramico pianoro erboso si trova il Passo della Manina e la chiesetta dedicata alla Madonna Pellegrina, edificata nel 1949 e posta a guardia delle due vallate. Un luogo di pace e silenzio, dove il panorama spazia a perdita d’occhio. Raggiungerlo in questa stagione significa compiere un’escursione, nella maggior parte dei casi, solitaria. Ma significa anche riscoprire un pezzo di storia che ha legato queste due valli. Il nostro consiglio e di raggiungere il santuario e accomodarsi all’ombra del porticato. Iniziamo qui un viaggio a ritroso nel tempo, partendo da un’epoca in qui, si dice, in questa zona di alta montagna venivano confinati i “damnati ad metalla”, uomini condannati al metallo (ossia alle miniere) dall’impero di Roma. Cosi raccontava la leggenda.

Le miniere della Manina. Numerosi documenti ci ricordano lo sfruttamento delle nostre montagne nel corso dei secoli. Partendo dall’Alta Val Brembana, con Ornica e la Val d’Inferno (cosi chiamata per le numerose fucine), fino al limitare della Val di Scalve, con le miniere del monte Demignone e la più famosa Via Mala, utilizzata nei secoli per il trasporto del minerale. Il racconto di oggi ci porta a monte dell’abitato di Lizzola, in prossimità del sentiero CAI 307. Imboccato questo segnavia risaliamo la val Bondione, gustando ampi panorami su Pizzo Coca e Redorta. In circa un’ora di cammino raggiungiamo il valico e il piccolo edificio religioso dedicato alla Madonna Pellegrina. Due croci e due altari, rivolti rispettivamente a Lizzola e a Vilminore di Scalve, sorvegliano le vallate sottostanti. Sotto di noi sorge invece l’omonimo complesso minerario, che agli inizi del 1800 copriva un’estensione di circa 30 ettari. La rivoluzione industriale, con l’avvento di nuove tecniche di estrazione e di trasporto del minerale, contribuii ulteriormente all’espansione del complesso. Nella metà del secolo scorso, sulla strada che da Vilminore porta alle miniere della Manina, si osserva un crescente numero di operai e di mezzi. L’attività estrattiva diventa l’economia trainante dell’intera Val di Scalve e favorisce lo sfruttamento di altre risorse naturali, in particolare l’utilizzo delle foreste per la produzione del carbone, indispensabile alla lavorazione del minerale.

Nel 1952 i dipendenti sono alcune decine divisi tra minatori, impiegati e addetti ai lavori; nel momento di massimo sviluppo, nel 1957, sono oltre 300. L’estrazione del materiale ferroso avveniva sia lungo il versante seriano che lungo quello scalvino, rispettivamente denominati Flesio e Blesio, lungo un vasto e articolato sistema di cunicoli e gallerie, oggi in parte ancora visibile. Le miniere cesseranno la loro attività nel 1972, dopo molteplici vicissitudini e scambi di società. Ma si possono ancora vedere i resti delle gallerie lungo le pendici del monte Sasna, che come ferite aperte nella montagna raccontano di quegli anni ormai dimenticati. A 1637 metri di quota, ricavata nelle ex case dei minatori, trova posto la Baita Case Rosse, gestita dal GAC (Gruppo Alpinistico Celadina) dal 1975. Dispone di 40 posti letto, ambienti riscaldati, bagni con docce, due cucine, due saloni, un bar e un locale invernale sempre aperto. Il rifugio è privato, l’accesso è consentito ai soci ed è possibile il tesseramento direttamente presso il rifugio. Per eventuali informazioni: 345.4125462. 

L’attacco della Manina. Pochi ricordano, ma su queste montagne, il 27 settembre 1944, è stato scritto un pezzo di storia bergamasca. Durante la seconda guerra mondiale il Passo era considerato un valico strategico di enorme importanza, sia dalla truppe alleate che da quelle nemiche. Un luogo che l’esercito tedesco doveva presidiare, e che i partigiani, invece, dovevano assolutamente conquistare. La Brigata partigiana “Gabriele Camozzi”, al comando del capitano Giuseppe Gasparini, raggiunse Lizzola di soppiatto la sera del 25 settembre. L’operazione, in simultanea con altri gruppi partigiani, prevedeva attacchi contemporanei al Ponte del Costone, al Pian di Borno e al ponte di Rovetta di Castione. L’attacco alla Manina avvenne alle 5.30 del 27 settembre 1944. I partigiani si divisero in due gruppi e sorpresero il presidio tedesco passando nelle viscere della montagna, grazie alle gallerie delle miniere di ferro. Il bilancio fu di due morti: Mario Calegari di Albino, partigiano mitragliere, e il comandante tedesco della guarnigione. Dopo la battaglia al presidio nazifascista, che avrebbe dovuto far parte della linea difensiva Blaue Linie voluta da Hitler in persona, non restò che dichiararsi sconfitto. Furono fatti prigionieri 33 soldati tedeschi, successivamente portati a Valcanale e poi rilasciati in Valtellina. L’attacco della Manina viene ricordato ancora oggi come una delle azioni partigiane più coraggiose avvenute sulle nostre montagne. Ogni anno, il 27 settembre, l’Anpi di Albino ricorda questa valorosa battaglia con una commemorazione presso le Case Rosse.

Curiosità. Oggi conosciamo la storia di questo valico alpino, un racconto che parla di lavoro e fatiche, ma anche di gesta eroiche e battaglie. Parte dei racconti e delle testimonianze qui riportate sono state raccolte da Piergiorgio Capitanio di Schilpario, che da anni cura i siti www.scalve.it e www.gleno.it, portali dedicati alla bellezza e alla storia di questi luoghi. “E’ anche un modo per mantenere vivi i ricordi che riguardano le nostre montagne e la nostra storia. I racconti sulle miniere della Manina sono stati raccolti in un libro, scritto da Agostino Morandi. Un manoscritto che raggruppa le testimonianze dei minatori e i racconti legati alla vita di allora, in quelli che erano anni difficili e di duro lavoro.” Poco prima di raggiungere il Passo, a circa 40 minuti da Lizzola, è ben visibile la Miniera dei Lupi, fino ad alcuni anni fa accessibile con visite guidate. E’ caratterizzata dalla presenza di rivoli d’acqua che scorrono ai lati della galleria e dall’imponente “Pozzo Venezia”, che la collega al complesso minerario della Manina.