La storia della Lady Irene

Non ci sono solo leggende a vivere le nostre montagne. Le Orobie nascondono anche veri e propri pezzi di storia, racconti di un’epoca comunque vicina ma che riposa soprattutto nei ricordi di chi, queste montagne, le conosce e le vive ogni giorno. Le storie e le leggende bergamasche ci portano questa volta sul Monte Menna, in Val Serina, una montagna che corona l’abitato di Oltre il Colle con le vicine cime dell’Arera, del monte Grem e del monte Alben, delimitando lo spartiacque tra Val Brembana e la Val Seriana. Su questa vetta, il 4 ottobre del 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, tredici giovani militari persero la vita in un disastro aereo. Oggi una parte dell’accaduto è ancora avvolta nel mistero (e dal segreto militare).

La storia del Lady Irene. Nella tarda serata del 4 ottobre del 1944 un aereo B-24 Liberator decollò dall’aeroporto di Brindisi per una missione operativa segreta nel nord Italia. Il velivolo era carico di rifornimenti per i partigiani che dovevano essere paracadutati nella zona d’aviolancio denominata “Crosley”, identificata in una radura sopra Monasterolo del Castello, vicino al Lago di Endine. A bordo c’erano dieci aviatori americani (membri dell’equipaggio) e tre italiani, questi ultimi agenti segreti dell’Oss (Office of Strategic Services) che dovevano paracadutarsi oltre le linee nemiche. La rotta del B-24, ribattezzato “Lady Irene”, prevedeva il sorvolo dell’Adriatico in direzione nord partendo dall’aeroporto di Brindisi, il passaggio dall’isoletta di Sveti Andrija e infine la deviazione verso nord-ovest per entrare in territorio italiano. A terra, ad aspettare armi e rifornimenti, c’erano i partigiani che avevano avuto conferma dell’imminente rifornimento aereo da un messaggio codificato trasmesso da Radio Londra. Il materiale consisteva in dodici contenitori metallici e otto pacchi contenenti armi, munizioni, cibo, esplosivi, materiale sanitario e soldi. Per ragioni di sicurezza, l’aereo doveva mantenere il silenzio radio durante tutta la missione, salvo in caso d’emergenza.

Cosa successe veramente? Quella tragica sera d’ottobre, il bollettino meteorologico riportava la presenza di nubi proprio nella zona dell’aviolancio. Il B-24 mancò cosi la zona di Monasterolo del Castello, volando oltre il luogo designato e finendo la sua corsa 25 km oltre, schiantandosi poco sotto la cresta del monte Menna, a 2250 metri di quota, in località Pezzadello. Inutile dire che l’impatto echeggiò nella conca di Oltre il Colle, avvolgendo la vetta del Menna con fuoco ed esplosioni che continuarono per tutta la notte e visibili in tutti i paesi circostanti. Le ipotesi su quanto accadde sono, ancora oggi, diverse. Può essere che il Lady Irene si schiantò perché danneggiato dalle incursioni della contraerea nemica incontrata lungo la rotta, ipotesi confermata da alcuni residenti che ricordano l’aereo in fiamme già prima della collisione con la montagna. È anche possibile che il B-24 non riuscì a individuare la zona prevista per l’aviolancio andandosi a schiantare nel corso dell’avvicinamento sulle rocce del Menna a causa delle cattive condizioni meteo e della limitata visibilità. Tutti i dieci aviatori statunitensi e i tre agenti segreti italiani a bordo del velivolo morirono. La gente del luogo seppellì i corpi in cima alla montagna, poco lontano dai rottami dell’aereo, dove rimasero per alcuni anni, fino a quando nel 1947 il governo degli Stati Uniti recuperò le salme per tumularle in una fossa comune nel National Cemetery di St. Louis.

Il Lady Irene oggi. Negli ultimi trent’anni gran parte delle ricerche su quell’incidente sono state effettuate da Massimo Maurizio, residente a Oltre il Colle e da sempre appassionato della storia della Lady Irene. Oggi gli oggetti legati allo schianto del B-24 sono stati raggruppati in un’ala del Museo dei Minerali di Zorzone e sono accessibili al pubblico e alle scolaresche tutte le domeniche dell’anno o, eventualmente, su prenotazione. «Il Museo del Memoriale è stato creato nell’agosto 2016 per non dimenticare i fatti accaduti al Lady Irene. Il senso era di raccogliere la storia e i frammenti dello schianto legati al tragico evento di quel lontano 4 ottobre – racconta Massimo Maurizio -. Dopo quella notte, molti abitanti dei paesi limitrofi salirono al luogo dell’incidente per verificare l’accaduto e raccogliere quello che c’era di valore: pezzi dell’aereo, paracaduti, pistole e munizioni, carne in scatola, soldi. I rottami metallici furono riutilizzati per produrre utensili di uso quotidiano, come pentole, coperchi, secchi e paralumi. Nel museo sono raccolti i resti del B-24 e tutti questi oggetti, abilmente trasformati dalle mani dei residenti che, non dobbiamo dimenticare, erano specializzati nella fusione del metallo e nella costruzione dei manufatti. Utensili che grazie alle lega con cui era fabbricati sono poi arrivati fino ai giorni nostri». Sono trascorsi 75 anni e, nonostante si conoscano i nomi dei soldati Usa periti nello schianto, restano ancora ignoti i nomi di due dei tre soldati italiani. Il terzo, l’agente Gaspare Reinhald Pace, viene menzionato in una ricerca condotta dalla giornalista statunitense Constance Cherba nel libro The crew of the Lady Irene, pubblicato nel 2014. In attesa che gli archivi militari di Roma e Washington svelino il segreto, noi possiamo osservare la sagoma del monte Menna e la storia che lo lega ai tredici aviatori caduti sulla sua cima.