Baldovino Midali.

Il lavoro del fotografo è un lavoro fatto di pazienza e attenzione. In una fotografia può essere racchiuso il lavoro di giorni o addirittura mesi, uno scatto che racchiude non solo un paesaggio o un soggetto, ma esprime un’emozione indelebile che resta impressa nell’obbiettivo del fotografo, che in questo caso diventa un vero artista. Di arte e pazienza ne sa qualcosa Baldovino Midali, di professione panettiere di Branzi, ma come la vocazione di fotografo naturalista. Un lavoro fatto di tanta pazienza e dettato dalla passione, proprio come avviene con il pane.

La sveglia per il panettiere bergamasco suona poco dopo le due, e lo si vede da subito al lavoro nella sua bottega in via San Rocco. La notte lascia il posto al mattino tra michette e baguette, fino a quando il panettiere di Branzi si trasforma in regista e fotografo naturalista. Appeso il cappello da fornaio al chiodo, Baldovino prende zaino e attrezzatura e si avvia nel suo campo da gioco preferito, il Parco delle Orobie Bergamasche. Tuta mimetica, cavalletto e macchina fotografica sono le attrezzature di questo “cacciatore fotografico”, che ha fatto della natura e della montagna il suo terreno di caccia. Un lavoro sotto certi aspetti duro, che obbliga a ore e ore nei boschi, magari a temperature proibitive oppure sotto piogge torrenziali. A volte per un solo scatto. Altre volte nemmeno per quello. Passione. Che non è da tutti, ma che regala soddisfazioni incredibili e che ha portato Baldovino, in tutti questi anni, a collaborazioni con importanti naturalisti e alla realizzazione di numerosi documentari. Siamo andati a trovarlo nella sua bottega di Branzi.

Da cosa è nata la tua passione e da quanti anni? «Un hobby nato circa 35 anni fa, senza molte conoscenze e legato all’acquisto della prima macchina fotografica. Mi sono avvicinato alla fotografia per caso. Allora, naturalmente, non c’era né pellicola né telecomando, quindi non era affatto facile. Poi ho acquistato la mia prima Olympus, che aveva già i primi accorgimenti come le batterie di una durata più lunga. Ricordo benissimo che durante l’inverno congelava la pellicola! Con l’arrivo del digitale fortunatamente le cose sono cambiate».

Quindi una passione nata e cresciuta completamente da autodidatta? «Completamente no. I primi anni ho avuto la fortuna di conoscere Pietro Zonca, che mi ha impartito le prime nozioni di fotografia. Naturalmente io non sono fotografo, nemmeno oggi. Sono un appassionato nel riprendere gli animali e le loro abitudini. Diciamo che colgo l’attimo. Con gli anni ho poi imparato a realizzare da solo i montaggi dei miei filmati».

Il principale segreto del fotografo naturalista? «È una passione alla cui base c’è la pazienza. Restare appostati per ore nel capanno risulta difficile alla maggior parte delle persone. Tantissimi non ci riescono, non è facile… Dopo qualche ora non ce la fanno più! Io, al contrario, inizio a rilassarmi e riesco a restare immobile tutto il giorno. Per esempio, poco tempo fa mi sono trovato a filmare un uccellino molto raro, il Codirossone. Un volatile protetto, che sulle nostre montagne arriva tardi e se ne va presto. Dopo diversi giorni di attesa sono riuscito a fotografare il maschio, coloratissimo, con la testa di un colore grigio-azzurro e il petto arancione, che nutriva i piccoli. Un momento bellissimo che vale giorni di attesa».

Hai fatto delle montagne il tuo terreno di gioco. Com’è lavorare a contatto con la natura? «Abbiamo delle ricchezze fantastiche, animali rarissimi come la Civetta Nana e la Civetta Capogrosso. Questi animali sono davvero unici e hanno scelto le Orobie come casa. Un patrimonio che sarebbe da proteggere e valorizzare molto di più, ma che purtroppo in certe circostante viene invece maltrattato. Gli animali sono comunque in aumento, come il picchio, le civette, i falchetti e naturalmente l’aquila. Dobbiamo imparare di più ad osservare e a rispettare la natura».

Come riesci a coniugare il tuo lavoro con la tua passione? Non deve essere facile. «Stasera a mezzanotte si inizia a lavorare. E domani mattina di sicuro salirò in montagna per vedere se riesco a fare qualche scatto. L’importante e non mollare e non fermarsi. Naturalmente ho sempre cercato di non pesare sulla mia famiglia, aspettando eventuali pubblicazioni per l’acquisto di materiale che serviva alla mia passione».

La foto che ti ha più emozionato in tanti anni? «Di foto carine, ne ho fatte parecchie. Alcune anche difficili, altre volte nate invece dall’occasione giusta nel momento giusto. Ci sono foto che puoi aspettarle per una vita intera e capitano comunque solo una volta, magari solo se sei fortunato. Molto spesso un piccolo Regolo o uno Scricciolo, uccelli poco più grandi di un pollice, riescono a darmi soddisfazioni bellissime. Non è quanto la tipologia di uccello in sé, ma è il momento che lo ritrae che fa la differenza. Seguire questi volatili, a volte per giorni, significa anche entrare nelle loro abitudini e capire la loro vita, i loro comportamenti e i loro periodi di migrazione. Anche queste sono vere emozioni».

Quali sono state le tue collaborazioni in questi anni? «La mie prime pubblicazioni sono state tanti anni fa, con Airone. Ricordo ancora che uno scatto era pagato cinquecento lire… E magari per giorni non riuscivi a scattare nulla. Ho poi pubblicato su riviste nazionali ed estere, fino alla nascita di Orobie, che mi ha visto impegnato in questa avventura per alcuni anni».

Non solo collaborazioni fotografiche, giusto? «In effetti no. Un pomeriggio, tanti anni fa, suona il telefono di casa. Quando rispondo una voce mi dice: “Buongiorno, siamo di Rai3”. Superato lo stupore iniziale, mi spiegano che volevano fare un servizio su di me e sulle mie foto. Io al momento non volevo accettare, ma non sapevo come uscirne… Alla fine è partita una collaborazione che è durata per parecchio e che mi ha permesso di conoscere bellissime persone. Ho collaborato anche con Mela Verde e Geo, presentando filmati sugli uccelli delle nostre montagne e cercando sempre di valorizzare il più possibile il nostro territorio e le bellezze delle nostre valli».

Aneddoti e racconti? «Ne avrei centinaia. Mi è capitato di essere appostato nel capanno e improvvisamente vedere tutto nero nell’obiettivo. Il tempo di arretrare con lo zoom e mi trovo inquadrata un’aquila! Una frazione di pochi secondi, giusto il tempo di qualche fotogramma, e se n’è volata via, veloce come è arrivata. Nonostante fossi fermo da ore ha avvertito la mia presenza. Se ne è andata guardandosi alle spalle. Un altro ricordo per me molto importante è legato alla rivista Orobie. Fu una sera, nel salotto di casa mia, che Cesare Ferrari propose a me e a Stefano Torriani di dare vita a una rivista che parlasse delle nostre montagne. Nacque così la rivista».

Baldovino ci tiene però a precisare che, in primis, è il panettiere di Branzi. Infatti è lì che lo possiamo trovare, naturalmente fino alle sei del mattino. Noi però sappiamo che, passato quel momento, dobbiamo cercarlo là dove osano solo le aquile…