Erto, Casso, Longarone e Diga del Vajont 25-26 marzo 2019

Visitare l’imponente Diga del Vajont, con gli abitati di Erto, Casso e Longarone, significa visitare uno dei Luoghi della Memoria più significativi in Italia. La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga stessa, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale nella sera del 9 ottobre 1963. Oggi i paesi più colpiti sono stati ricostruiti, ma portano ancora, cosi come il lago e la diga, i segni del tragico episodio che ha segnato questa valle e le sue genti in quel tragico autunno di 55 anni fa.

Il bacino del lago artificiale era stato creato con la costruzione di una grande diga a doppio arco posta a sbarramento del torrente Vajont. Il fiume scorreva nell’omonima valle in Friuli, dove si trovano Erto e Casso, e immettendosi poi nel Piave giungeva in Veneto, a toccare il luogo dove sorgeva Longarone. Negli anni ‘40 la Società Adriatica per l’Energia Elettrica, impresa privata veneziana fondata agli inizi del 1900, ebbe l’idea di creare un bacino idroelettrico in quella zona. Il progetto era quello di sfruttare la forza dell’acqua con la realizzazione di quella che all’epoca, con i suoi 265 metri di altezza, venne definitiva come “la diga più alta del mondo”. Il progetto venne a far parte del cosiddetto “Grande Vajont”, un complesso che riuniva e collegava diversi bacini idroelettrici nelle valli circostanti. Fu ideato e realizzato dalla società SADE, che ottenne il monopolio per l’utilizzazione delle acque dell’intera zona per la produzione di energia elettrica. La SADE sarebbe poi divenuta nel 1962 proprietà dell’Ente Nazionale Energia Elettrica (ENEL), trasferendo la gestione e il controllo della diga del Vajont sotto la giurisdizione dell’impresa pubblica.

La costruzione e i primi timori. La costruzione della diga iniziò nel 1957, sotto la supervisione dell’ingegner Carlo Semenza, capo progettista, e del geologo Giorgio dal Piaz. I due sminuirono fin da subito le paure relative a rischi geologici, nonostante i rilevamenti condotti sul monte Toc non avevano dato esiti incoraggianti. La diga del Vajont fu cosi terminata in circa tre anni e l’invaso iniziò ad essere riempito. La SADE era un’azienda molto influente e la commissione di collaudo, istituita nel 1958 con il compito di controllare il buon funzionamento dei lavori della diga, non rilevò mai aspetti negativi nell’operato dei responsabili. Nel frattempo gli abitanti della vallata del Vajont dovettero affrontare questa nuova realtà che, se da una parte prometteva di portare lavoro e benessere in un luogo fino ad allora legato all’economia povera della montagna, dall’altro invadeva case, terreni e possedimenti, anche con espropri. Quasi nessuno ascoltò le rimostranze degli ertani e nemmeno diede importanza alle preoccupazioni che iniziavano a nascere dopo i forti boati e le scosse sismiche che, nei mesi successivi, iniziarono a causare fratture del terreno della valle. Nel 1960, infatti, si verificò una prima frana del monte Toc, il quale riversò nell’acqua del bacino del Vajont circa 700.000 metri cubi di materiale. L’ondata che ne seguì fortunatamente non provocò vittime, ma solo tanta paura. Quello fu un segnale chiaro della precarietà della montagna e della minaccia che poteva derivarne. L’esperto austriaco Leopold Müller, interpellato dalla SADE, aveva intuito da alcuni suoi studi che esisteva la possibilità di pericoli effettivi data l’instabilità della roccia. Dopo il 4 novembre, sul monte Tóc si aprirà la lunga spaccatura a forma di “M” dalla quale si muoverà il tremendo crollo del 1963. Negli anni successivi al 1960 si effettuarono quindi studi e prove sui livelli dell’invaso nel tentativo di conoscere gli effetti della caduta del materiale roccioso, dal momento che ormai era evidente che, presto o tardi, sarebbe precipitato nel lago artificiale. I lavori si sarebbero dovuti fermare ma per interessi economici, politici e personali questo non avvenne. I responsabili e i tecnici della SADE continuarono a nascondere agli organi di controllo i dati preoccupanti che stavano raccogliendo.

La catastrofe. La persone del luogo avevano capito che qualcosa di grave incombeva sulla valle, allertati dai continui rimbombi e dalle scosse di terremoto che si sentivano sempre più spesso. Soltanto due giorni prima del disastro l’ENEL ordinerà di evacuare alcuni stabili che si trovavano vicino alle pendici del Tóc, senza preoccuparsi di far sgomberare l’intero paese o di mettere in allerta anche gli abitati del fondo valle. Nel marzo del 1963 il bacino viene riempito fino all’altezza di 715 metri, quota che superava la misura di sicurezza fissata durante gli esperimenti precedenti. Viene poi ordinato di svuotare nuovamente il lago per controllare l’accelerazione della frana, la quale però, sottoposta alle continue tensioni degli invasi e degli svasi, diviene nei giorni successivi incontenibile e precipita rapidamente e compatta nel lago del Vajont, ancora ricolmo d’acqua. Alle 22.39 del 9 ottobre l’immane frana di più di due chilometri esplode, facendo crollare nel lago una massa di circa 300 milioni di metri cubi di roccia e terra che solleva una colossale ondata alta più di 200 metri. L’onda si alza ed esplode in tre rami: uno lambisce e risparmia Casso, il secondo colpisce alcune località di Erto che si trovavano sulla sponda del lago: Pinéda (Ruáva), Prada, Marzana, Lirón, San Martino, Le Spesse, Fraséign e Il Cristo, spazzandole via. Il terzo, il più distruttivo, scavalca la diga e piomba su Longarone in soli quattro minuti e con forza devastante la distrugge completamente trascinando con sé famiglie, uomini, donne, bambini e case. Fu una strage: il bilancio delle vittime è di quasi 2000 morti, annientati assieme a un territorio, una storia e una cultura che non hanno mai più riacquistato le loro fattezze originarie.

Oggi. Chi da Longarone vuole raggiungere il Vajont si rende conto immediatamente del disastro causato dall’incuria dell’uomo e dalla forza della natura… Mezzo monte Toc è li, dove una volta c’era uno dei bacini artificiali più grandi d’Italia. Ora una foresta di pini e abeti ne ricopre la superficie, creando una collina sopra quello che una volta era un lago. La crepa a forma di “M”, da dove la frana si è staccata, è ben visibile durante il percorso che conduce ai paesi di Erto e Casso. Conoscere la storia e visitare i paesi colpiti dal disastro significa non dimenticare. La diga del Vajont è stata l’unica costruzione a non subire danni dopo essere stata colpita dall’impeto violento dell’acqua: essa fu appena scalfita sulla sommità del coronamento. Ancora oggi è possibile vederla, imponente e inamovibile, nello stesso preciso punto nel quale fu innalzata. La sua mole taglia in due il profilo tra Veneto e Friuli, un luogo che non sarà mai più lo stesso dopo la notte del 9 ottobre 1963.